Da un manoscritto di Mercede Mundula
Colloqui con Grazia Deledda

«Grazia Deledda fu non solo scrittrice originalissima, ma donna singolare, e della specie più insolita, che è poi quella di non aver l’aria di esserlo; il che, per una donna che scrive, è fenomeno assolutamente raro.
La ventenne, fedele amicizia che mi legò a lei è stata anch’essa cosa originale. C’era fra noi come una tacita intesa: parlare poco di letteratura e molto dei fatti veri della vita, tanto che a voler dare un titolo alle nostre lunghe conversazioni sceglierei senz’altro questo: “Meditazioni sulle cose”.
[…]
Al ritorno dalla Svezia, accennando all’ultimo viaggio aveva scritto: «Da questo porto un bel giorno, in una barca d’ebano decorata d’oro e lieta di ghirlande di rose, salperemo verso il paese dei cipressi, che ci sembra qui limitrofo ed è invece oltre i confini della terra».
Non volle invece né l’ebano decorato d’oro, né la letizia di ghirlande di rose; chiese solo di essere sepolta nella fossa comune, in quel paese dei cipressi che scorgeva dalle finestre, e alla cui ombra volle recarsi senza vane pompe e senza vane parole, offrendo con umiltà alla terra la povera spoglia terrena e a Dio il fremente e liberato spirito.»
Mercede Mundula

Brano tratto dal volume "Bello, bello anche il mondo di quaggiù!"
© riproduzione riservata



Principali recensioni (e relative testate giornalistico-letterarie) per il volume
La piccola lampada” di Mercede Mundula, pubblicate tra il 1923 e il 1924.


«S’intravede, così, in Mercede Mundula, la razza austera e valorosa di Sardegna, ma ammorbidita, addolcita da una femminilità, dirò così, continentale: e, forse, il buon sangue di questa Mercedes, non è solo di Sardegna… Sì, la sua lampada è piccola: e non ci dispiace; e non chiediamo che diventi una sfolgorante lampada ad arco, che accieca e contro cui vanno a morire le farfalle notturne; e invece amiamo saperla fra le penombre, così spesso più opprimenti delle tenebre, questa piccola lampada che ci guarda, col suo soave occhio di luce, di lontano, che ci popola la nostra solitudine, e, quasi, rianima intorno a noi, il silenzio, senza parole, senza voce, ma lucente in penombre, la piccola lampada!»
Matilde Serao
«Donna», Milano


«Vien fatto, dopo aver letto questo volume di versi pieni di così pura grazia e di così nobile e squisito sentimento, e perciò ai giorni nostri così decisamente anacronistico, di chiedere a questa poesia che fra l’altro è piena di delicati ritmi e in cui tornano bellamente in onore le dolci armonie delle strofe chiuse, di chiedere – dico – D’onde venisti? Quali a noi secoli ti tramandarono? Io non so chi sia questa Mercede Mundula: da certe parti del suo libro pare che sia figlia di quel meraviglioso suolo Sardo in cui sbocciano ancora, in perfetta fioritura, Eroi ed Artisti; e bisogna congratularsi con chi, in quest’anno di nessuna grazia poetica 1924, sa scrivere un libro di versi come questo».
Arturo Calza
«Giornale d’Italia»


«C’è sempre nella Mundula una cura che regge assiduamente la sua penna, e spesso un canto che se non ci colpisce per la sua originalità, ci piace per la sua grazia e per la precisa sua espressione; il che è un modo di essere personale».
G.S. Gargàno
Marzocco-Firenze


«Dalla terra di Sardegna che ride di nuovi germogli e ferve di alacri giovani nobilmente ambiziose di consacrare ancora nel sapere e nell’arte, e con maggior vigorìa che nel passato, un’augusta tradizione di latinità vivente sempre laggiù di sua austera bellezza – dall’Isola dell’elci nere e dei petti villosi – viene una voce nuova e gentile di poesia. D’un’ignota, Mercede Mundula, che ha però già un’arte sua. Essa ha colto e ha inteso della sua gioia segreta tutti i palpiti e ha imparato a grado a grado a esprimerli con un’efficacia che in più d’un luogo parrà squisita anche al giudice più severo.
Larga e accorta è la sua dottrina, armonica e sicura la franchezza onde ella usa del ritmo; sì che quando il fantasma poetico attinge piena la sua vita, nascono cose belle».
Raffa Garzìa
«Nuova Antologia»


«Una poetessa sarda, Mercede Mundula – Tratta il verso con un notevole senso musicale. E non s’incontra facilmente un volume di versi in cui, come in questa Piccola Lampada, siano così frequenti i motivi graziosamente espressi, con una grazia malinconica che non manca di forza e in cui le bizantinerie psicologiche e formali cedano alla vita sempre nella strofa limpida. C’è già la pianta che fiorisce. Un tema vecchio riverdeggia amabilmente, come il tema della “vecchia chitarra”. E il verso e la rima accompagnano con un’agilità elegante la Primavera che va adornando i “giardini notturni”. E i ritmi sono come dita timide e carezzevoli intorno a la “veste bianca”. La melodia fluisce in facili intrecci di endecasillabi e settenarii, di novenarii e di senarii, in impeti e sobrii gemiti d’amore, tra fantasmi di tristezza, pei giardini delle apparenze che hanno ciascuna un’intimità misteriosa con l’anima del poeta».
Ettore Janni
«Corriere della Sera»


«Non conoscevo questa poetessa: ma già alla prima pagina del volume si vede ch’ella non è da confondersi con quelle della volgare schiera: c’è in questo libro di poesia qualche cosa che invano si cerca nella maggior parte dei poeti recenti, cioè, un senso accorato, ma un po’ ottimistico delle cose. In Terra di Sardegna canta la propria terra generosa e triste. Una grazia gentile e nuova ci viene dai corti versi “mottetti” aerei e leggeri. Questa stessa grazia la scrittrice raggiunge spesso nell’ultima parte del volume All’ombra di una culla. È la poesia di una madre, che riama e ricanta sé nel suo tenero germoglio. C’è delicatezza e finezza così di sentimento, come di espressione».
Giuseppe Lipparini
«Resto del Carlino», Bologna


«Io credevo che la poesia in versi fosse finita in Italia e avevo torto. Poeti eredi del dolcissimo Pascoli ce ne sono ancora: ci sono ancora donne che accendono umili lampade e che dicono ancora nel mite chiarore “io sono la lampada ch’arde soave”. Fra queste è M. Mundula. Le sue cose più belle sono quelle tenui, primaverili; i ricami, i fiori, la sua bambina, le favole e anche una chitarra spagnuola che ha un suo fascino segreto e bizzarro. Ma ciò che mi ha stupito nel libro è la grazia delle sue Primavere. Quando la Mundula entra in un giardino, ella è nel suo regno: la poetessa diventa una regina, la mamma una fata, le strofe merletti».
Marino Moretti


Brano tratto dal volume "Bello, bello anche il mondo di quaggiù!"
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